
Negli anni venti ci sono stati due tipi di reazioni agli sconvolgimenti della prima guerra mondiale e delle avanguardie: il Ritorno all’ordine e la ribellione del Dadaismo e del Surrealismo. Mentre gli artisti di queste due correnti volevano scardinare le regole di una società che ha permesso il massacro, altri intellettuali hanno interpretato il bisogno collettivo di ordine e di punti di riferimento duraturi.
A livello artistico questo bisogno di ordine si si è tradotto nel ritorno al classico, che, in momento di crisi politica e identitaria, si è presentato come un’ancora di salvezza a-temporale, come un rifugio di armonia eterna ed immutabile. Abbandonati gli eccessi del Cubismo e del Futurismo, l’arte tornò a rappresentare la realtà, i volumi e la figura umana, ispirandosi al Rinascimento e alla statuaria classica.
E’ molto significativo ed emblematico che siano “tornati indietro” proprio quegli artisti che avevano rifiutato la tradizione e le regole della rappresentazione. Ne è un esempio clamoroso Pablo Picasso, l’artista che aveva frammentato la realtà con il cubismo. Dopo un viaggio in Italia nel 1917 iniziò improvvisamente un periodo classico, in cui dipinse figure monumentali, scultoree e rassicuranti, ispirate alla statue romane e agli affreschi pompeiani.
Analogamente, alcuni artisti futuristi (come Carlo Carrà e Mario Sironi), che, prima della guerra, avevano esaltato la velocità, il caos e proposto la distruzione dei musei, negli anni Venti, attuarono un drastico ribaltamento di prospettiva. Al dinamismo esasperato sostituirono la staticità, la monumentalità e le forme geometriche solide e rassicuranti. Carlo Carrà, sulle pagine della rivista Valori Plastici, arrivò a scrivere che solo il ritorno alla solidità della tradizione potesse ricomporre l’identità culturale e psicologica.
Anche Giorgio De Chirico, dopo la stagione metafisica, si rifugiò nel classico, perché, con le sue strutture eterne e immutabili, lo percepiva come un’ancora di stabilità emotiva e intellettuale.
Nel 1919, con il celebre saggio Il ritorno al mestiere, De Chirico rifiutò le sregolatezze delle avanguardie a favore del recupero della tecnica dei grandi maestri rinascimentali. Reintrodurre il disegno nitido, la prospettiva, l’ordine della tecnica diventava l’unico strumento possibile contro il declino culturale. A differenza del classicismo monumentale e rassicurante promosso dal regime fascista, l’ordine di de Chirico, però, è apparente: è il tentativo disperato di dare una forma geometrica al non-senso dell’ esistenza. L’artista nelle sue opere crea un mondo irreale, nato dall’accostamento di oggetti tolti dal loro contesto quotidiano ed inseriti in spazi geometrici. In questo mondo privo di nessi causali la realtà si rivela nella sua nuda e talvolta inquietante assurdità.
Questo connubio tra tecnica classica e atmosfera enigmatica è diventato anche la caratteristica del Realismo Magico, un movimento sviluppatosi negli anni Venti, nell’ambito del ritorno all’ordine.
Se il classicismo tradizionale cercava l’armonia ideale, il Realismo Magico usava la staticità classica, per congelare il tempo, un’ altra caratteristica ereditata direttamente dal concetto di tempo sospeso di De Chirico. Nel Realismo Magico quel medesimo “eterno istante”, però, viene calato dentro la quotidianità: i personaggi sono privi di espressione e rigidi come manichini e tutto ci sembra bloccato in un’istantanea eterna. Questa stasi rispondeva al bisogno di stabilità degli anni Venti, ma ha trasformato la realtà in qualcosa di inquietante: il Realismo Magico ci mostra, infatti, quanto l’esistenza ordinaria sia inspiegabile.