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Cosa ci serve per vivere bene secondo Seneca?

Jacques-Louis DavidLa morte di Seneca, 1773

Filosofo, drammaturgo e consigliere imperiale. Lucio Anneo Seneca non ha scritto trattati filosofici per accademici. Al contrario, da uomo che ha vissuto il caos della politica, conoscendo il successo straordinario, ma anche l’esilio e la costante minaccia di morte, ha cercato nella filosofia delle strategie concrete per sopravvivere. Le ha trovate nello Stoicismo Greco. Tuttavia, non vi aderì completamente, perché lo riteneva un sistema troppo rigido ed accademico. Per questo lo trasformò in una vera e propria terapia per l’anima. Se i pensatori greci cercavano la perfezione astratta di un saggio infallibile, Seneca cercava risposte umane per uomini imperfetti.

In questo articolo esploreremo la sua ricetta per vivere bene. Scopriremo come smettere di essere schiavi del tempo, come blindare la mente contro l’ansia del futuro e perché la vera libertà dipende solo dal nostro autocontrollo.

La gestione del tempo: perché la vita non è breve, siamo noi a sprecarla

Ci lamentiamo sempre di non avere tempo. Usiamo spesso questa frase come giustificazione per i nostri fallimenti. Seneca, invece, smantella questa scusa fin dalle prime righe del suo celebre De brevitate vitae:

Non exiguum temporis habemus, sed multum perdimus

(Non abbiamo poco tempo, ma ne perdiamo molto, 1, 1).

Per il filosofo latino il problema non è la brevità delle nostre giornate, ma il modo in cui le frammentiamo. Ci muoviamo continuamente tra il fare altro, il non fare nulla e il fare male («aliud agere et nihil agere et male agere», Epistulae morales ad Lucilium, I, 1, 1). Alimentiamo così la procrastinazione e un’ iperattività inconcludente, sprecando l’unica risorsa che non possiamo recuperare: i nostri giorni. Il dato di fatto crudo e quanto innegabile è che

Dum differtur, vita transcurrit
(Mentre si rimanda, la vita passa, Epistulae morales ad Lucilium, I, 1, 2).

Come smettere di sabotare la nostra mente

Quando sprechiamo il presente, rimandando la nostra vita, cadiamo vittime delle nostre “elucubrazioni mentali”. Nelle Lettere a Lucilio Seneca scrive una frase illuminante:

Plura sunt, Lucili, quae nos deterrent quam quae premunt, et saepius opinione quam re laboramus
(Ci sono più cose che ci spaventano, Lucilio, di quelle che ci colpiscono veramente, e soffriamo più spesso per l’opinione che per la realtà, Epistulae, II, 13, 1).

Cosa significa concretamente questo monito? Significa che siamo noi stessi, attraverso la nostra immaginazione, a sabotare la nostra pace interiore in tre modi:

  • proiettiamo scenari futuri catastrofici e riempiamo il domani di ansie anticipatorie, logorandoci oggi per eventi che, molto spesso, non si verificheranno mai
  • ci preoccupiamo dei giudizi altrui, legando il nostro valore all’approvazione esterna
  • diamo una interpretazione distorta ai fatti. È il nostro filtro interpretativo, a trasformare un semplice imprevisto in un dramma personale.

Seneca aveva capito, con millenni di anticipo, i meccanismi della nostra psiche. L’ansia dell’uomo moderno nasce dal tentativo di controllare ogni cosa. Ma come avverte il filosofo: calamitosus est animus futuri anxius (infelice è l’animo ansioso per il futuro, Epistulae, XII, 98, 5).

Rifiutare il conformismo

Il bisogno di controllare il futuro si alimenta spesso del confronto continuo con gli altri. Oggi viviamo immersi nei social e nei paragoni costanti, che generano un senso profondo di inadeguatezza. Per ritrovare la pace, la nostra bussola deve tornare a essere interiore. Dobbiamo seguire il monito:

Conscientiae satisfaciamus, nihil in famam laboremus
(Soddisfiamo la nostra coscienza, non affanniamoci per la reputazione, De ira, III, 41, 2).

Per combattere questa ansia sociale, il filosofo ha scritto una verità incontestabile: la folla è la prova del peggio (Argumentum pessimi turba est, De vita beata, 2, 1). Nella massa i difetti si amplificano ed, imitando la maggioranza, l’individuo assorbe e normalizza comportamenti tossici, senza nemmeno rendersene conto. Vivere secondo imitazione e non secondo ragione ci crea, perciò, i mali peggiori. Solo coltivando l’indipendenza di pensiero possiamo rivendicare la nostra libertà e riprendere in mano il timone della nostra vita.

La forza interiore contro le tempeste della vita

Se l’indipendenza di pensiero è lo strumento per liberarsi dal conformismo, dove troviamo la stabilità per non perdere la rotta? La risposta di Seneca ci porta al cuore dello stoicismo: la nostra unica, vera risorsa è la forza interiore. Nessun evento esterno, nessun giudizio e nessuna sventura possono abbatterla, a meno che non siamo noi a permetterlo.

In quest’ottica i fallimenti e gli ostacoli non sono condanne, ma sono le palestre necessarie per allenare la nostra mente. Seneca lo spiega chiaramente:

Nihil infelicius eo cui nihil adversi accidit; non licuit enim illi se experiri
(Nessuno è più infelice di colui al quale non capita mai alcuna avversità; non gli è stato infatti concesso di mettere alla prova se stesso, De providentia, 3, 3).

Senza un problema da risolvere non potremmo mai conoscere i nostri limiti né la nostra vera stoffa. La felicità non dipende da ciò che possediamo o dallo status che raggiungiamo, ma dalla capacità della nostra mente di rimanere integra, lucida e forte anche al centro della tempesta.

In fondo la felicità stoica non è l’assenza di tempeste, ma la certezza di saperle governare.

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