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“Il figlio dell’uomo”: perché Magritte ci nasconde la verità?

Il figlio dell’uomo (Le fils de l’homme), realizzato da René Magritte nel 1964, può essere considerato il manifesto del Surrealismo. Un uomo è dipinto al centro della tela, in primo piano, davanti ad un muretto basso, mentre sullo sfondo appare il mare, apparentemente calmo, anche se è sormontato da un cielo coperto da minacciose nuvole nere. L’ uomo è in abito formale, con bombetta e soprabito grigio, ma il suo volto, tranne l’occhio sinistro, è nascosto da una mela verde, che rimane sospesa in aria (contrariamente alle leggi della fisica).

Magritte usa il metodo del “nascondere per far comprendere” . Lo stesso artista aveva detto in un’intervista radiofonica che c’è un interesse in ciò che è nascosto e che il visibile non ci mostra. Questo interesse può assumere la forma di un sentimento decisamente intenso, una sorta di conflitto, direi, tra il visibile nascosto e il visibile apparente. Quando qualcosa è nascosto alla nostra vista, quindi, scatta in noi un interesse intenso: se la vedessimo subito, non attirerebbe la nostra attenzione. In questo modo Magritte ci costringe a concentrarci non  sulla  mela, ma sul vuoto.

Il nascondimento serve ad attivare la nostra capacità di desiderare, immaginare e riflettere. Su cosa? Magritte voleva farci riflettere su questo paradosso: quando guardiamo il mondo, pensiamo di vedere “tutto”, invece, la nostra percezione della realtà è sempre parziale: se guardiamo una cosa, ne stiamo automaticamente escludendo un’altra. Noi, infatti,  possiamo percepire solo la superficie delle cose e vederle da una sola prospettiva alla volta: non possiamo guardare contemporaneamente il davanti e il dietro delle cose.

Ne Il figlio dell’uomo, con la  mela davanti al viso, Magritte rende questo concetto evidente, anche se frustrante. Ogni oggetto visibile è uno “schermo” che copre qualcos’altro che sta dietro: è ciò che ci succede regolarmente nella  vita di tutti i giorni, solo che la nostra mente non se ne accorge. Facciamo un esempio pratico, per rendere più chiaro il concetto: prendiamo una tazza ed appoggiamola davanti a noi. Ciò che guardiamo è il suo lato anteriore, quello rivolto verso di noi, ma questo ci sta nascondendo il lato posteriore e l’interno del contenitore. Per vedere il retro, dobbiamo ruotare la tazza, ma allo stesso modo  il retro nasconderà il davanti. Non solo, se riflettiamo, la tazza nasconde anche la porzione di tavolo su cui è poggiata. Diventa, quindi, un ostacolo visivo che seleziona cosa possiamo vedere e cosa no,  nascondendo la vera essenza delle cose. La conclusione è che  realtà è intrinsecamente misteriosa. Il “Mistero” per Magritte è il fatto stesso che le cose esistano e che noi non potremo mai comprenderle del tutto.

Se la mela verde cattura subito la nostra attenzione, c’è un altro dettaglio nel quadro che si nota solo ad un secondo sguardo: il gomito sinistro dell’uomo è ruotato all’indietro in modo del tutto innaturale, come se l’articolazione fosse montata al contrario. Il gomito rovesciato ci suggerisce che anche ciò che potrebbe sembrare normale ad una prima occhiata superficiale nasconde in realtà elementi misteriosi. In questo modo l’artista potrebbe invitarci a non fidarci delle apparenze e ad accettare il mistero che nascondono.

Prima di concludere vorrei richiamare la vostra attenzione su altri due aspetti. Se ci pensiamo bene, il titolo, Il figlio dell’uomo, richiama i Vangeli, dove  Gesù usa questa espressione, per sottolineare la sua natura umana. Ma Magritte, da ateo, la svuota del  significato religioso e la utilizza, per  suggerire che quel soggetto non è un individuo specifico, ma l’Umanità intera.

La stessa mela evoca il peccato di Adamo ed Eva, che l’hanno colta dall’Albero della Conoscenza. È una sottile ironia surrealista: “Il figlio dell’uomo” (l’essere umano) ha la vista ostacolata proprio dal simbolo della conoscenza (la mela). Forse l’artista vuol alludere al fatto che più cerchiamo di usare la logica (la mela/conoscenza) per decifrare la realtà, più il mistero ci sfugge. Al mistero più profondo del mondo non si può arrivare, infatti, attraverso le facoltà logiche, razionali e coscienti dell’essere umano. I surrealisti, influenzati anche dalle teorie della psicoanalisi, ritenevano che la coscienza vigile fosse solo la superficie della mente. Al mistero dell’esistenza si accede attraverso l’intuizione poetica, il sogno e l’inconscio. La mela davanti agli occhi è, quindi, il blocco della vista razionale, che costringe l’osservatore a “guardare” con un altro tipo di sensibilità.

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