
Il nuovo rapporto Istat (pubblicato il 25 settembre 2026), dal titolo Tempi di lavoro e disuguaglianze di genere in Italia, analizza come sono cambiati i tempi di vita e di lavoro tra il 2003 e il 2023. Purtroppo ci restituisce un quadro ancora deludente: in Italia l’equità di genere e l’occupazione femminile sono ancora al palo. Se nel resto d’Europa lavorano in media 7 donne su 10 (con picchi del 75% in Germania e del 68% in Francia), da noi ci fermiamo a poco più di una su due. E c’è di peggio: siamo i primi in Europa per il divario di genere nelle ore dedicate al lavoro di casa non pagato.
In vent’anni le cose sono cambiate molto lentamente. Nel 2003 le donne dedicavano alla casa 5 ore e 20 minuti al giorno, oggi sono scese a 4 ore e 25 minuti. Gli uomini invece sono passati da 1 ora e 35 minuti a 2 ore e 3 minuti: in due decenni, il loro aiuto in casa è cresciuto di appena 28 minuti. Se questo divario si è leggermente ridotto, non è perché c’è una divisione più equa, ma perché le donne hanno semplicemente tagliato il tempo per la casa, abbassando gli standard o pagando aiuti esterni, per incastrare tutto.
Il risultato è che c’è una vera “povertà di tempo” a danno del genere femminile. Una donna che lavora e vive in coppia ha, ogni giorno, 38 minuti di tempo libero in meno rispetto al partner (quasi 4 ore e mezza a settimana). Non è solo una questione di quantità, ma anche di qualità: il tempo delle donne è frammentato, perché costantemente interrotto dal carico cognitivo ( il dover pianificare scadenze, spesa e impegni di tutti). È una rincorsa continua che genera stanchezza e stress cronico, e che nell’76% dei casi colpisce proprio le donne. Se prima era una fase passeggera legata ai figli piccoli, ora è diventato è un problema strutturale.
Per accelerare un cambiamento che altrimenti richiederà generazioni, servono azioni immediate: dal potenziamento dei nidi e dei servizi di cura al congedo di paternità obbligatorio e pagato al 100% per diversi mesi, agli sgravi fiscali per le aziende che assumono donne e che ne favoriscono la carriera e la parità di salario. Ma nessuna legge basterà senza una rivoluzione culturale e un welfare aziendale che premi chi condivide il carico familiare, demolendo una volta per tutte il mito del lavoratore sempre disponibile a spese della vita familiare e privata.