
Dipingere l’infinito oltre i confini della figurazione tradizionale: è questa la sfida che unisce Mark Rothko (1903-1970) e Jackson Pollock (1912-1956) , figure di spicco dell’Espressionismo Astratto americano degli anni ’40 e ’50. La loro ricerca, però, si sviluppa attraverso due visioni opposte e complementari: la meditazione e il vuoto per Rothko, l’azione e il caos organizzato per Pollock.
Rothko evitava figure, forme, linee, perché l’infinito non può essere racchiuso in una forma (un corpo, un albero, una montagna), dal momento che qualsiasi forma lo limiterebbe.
Si concentrava, invece, sul colore. Le sue tele, in genere verticali e di grande formato, sono composte da due, tre o quattro rettangoli sovrapposti e colorati, dai contorni non netti, ma fluidi e trasparenti, che sfumano l’uno dentro l’altro. L’obbiettivo è di evocare atmosfere mistiche e la sensazione di infinito. Davanti alla tela monumentale, infatti, i confini fisici tra il “Sé” e il “Mondo” si azzerano: è l’esperienza mistica per eccellenza in cui avviene la morte dell’ego. Si sperimenta, cioè, quella che i filosofi del Sublime (come Pseudo-Longino o Edmund Burke) descrivevano come un’estasi che rapisce l’anima. Ci si dissolve nella luce o nell’oscurità dei colori stratificati di Rothko, per fondersi con il Tutto: da soggetto separato che guarda un oggetto si diventa l’infinito stesso che si contempla.
L’artista riusciva a generare la sensazione di infinito anche grazie ad una tecnica pittorica complessa e quasi scientifica. Applicava strati di colore uno sopra l’altro e, poiché sono estremamente diluiti e trasparenti, i raggi luminosi dal primo livello penetrano in quelli successivi. Rimbalzando sul fondo bianco o su strati più chiari, la luce compie un percorso inverso, attraversando nuovamente i pigmenti di colore dall’interno verso l’esterno. In questo modo la luce viene filtrata e colorata più volte, amplificando l’intensità e generando, per chi la osserva, un’esperienza quasi mistica e fortemente emotiva.
Se Rothko cercava la trascendenza attraverso la teologia del vuoto, Pollock raggiungeva l’infinito per via opposta. Per lui l’infinito non si trovava “oltre” il mondo terrestre (trascendenza), ma dentro le forze della materia e della fisica (immanenza). Pollock catturava l’energia primordiale nel flusso incessante del caos, usando la tecnica del dripping, cioè faceva gocciolare il colore direttamente sulla tela, posta a terra, muovendo il braccio e l’intero corpo nello spazio.
Anche se a prima vista i suoi quadri possono sembrare casuali, Pollock non lasciava nulla al caso: si muoveva tra l’impulso spontaneo dell’inconscio ed il controllo della fisica dei fluidi. Calcolava, infatti, con millimetrica precisione la densità della vernice (spesso allungata con solventi), la velocità del movimento del braccio e l’altezza da cui faceva cadere il filo di colore.
Nelle sue opere scompare qualsiasi punto focale o prospettico: il reticolo di linee copre l’intera superficie della tela in modo uniforme da bordo a bordo (struttura All-Over). Questo genera la sensazione visiva che la pittura non finisca dove termina la tela, ma che continui idealmente all’infinito.
Davanti alle sue opere, lo spettatore non sperimenta l’ascesi della mente, ma una vertigine cinetica; non si dissolve nel silenzio del nulla, ma viene travolto dal ritmo eterno e rumoroso della vita che si espande all’infinito.
Se Rothko incarna la quiete e la contemplazione (lo spirito Apollineo), Pollock è, invece, l’incarnazione pura del dionisiaco di Nietzsche: l’impulso vitale, il caos primordiale e l’estasi della distruzione e della creazione che esistono insieme.
Pur operando nello stesso tempo e all’interno della medesima corrente dell’Espressionismo Astratto, Rothko e Pollock ci dimostrano che l’assoluto non possiede un’unica forma di rivelazione e che anche il nostro rapporto con il Tutto ha un duplice aspetto. Da un lato si manifesta nel raccoglimento e nell’ ascesi mistica, dall’altro nell’ immersione vitale all’nterno della forza cieca e creatrice della natura.