
La poesia Trieste di Umberto Saba fa parte della raccolta Canzoniere. E’ composta da tre strofe irregolari di endecasillabi, settenari e quinari (tranne il v. 19), con rime baciate ed alternate.
- Ho attraversata tutta la città.
- Poi ho salita un’erta,
- popolosa in principio, in là deserta,
- chiusa da un muricciolo:
- un cantuccio in cui solo
- siedo; e mi pare che dove esso termina
- termini la città.
Il poeta racconta che, dopo aver attraversato tutta la città, aveva intrapreso una strada in salita, popolosa all’inizio e sempre più solitaria alla fine. Era arrivato fino al punto in cui era chiusa da un muricciolo. Era un cantuccio (v.5), dove era solito sedere da solo e gli sembrava che segnasse il confine della città ( il concetto del limite è accentuato dal poliptoto, cioè dalla ripetizione della parola, termina/ termini, vv. 6 e 7).
Dopo due tempi narrativi al passato prossimo, al verso 6 i verbi delle proposizioni reggenti sono al presente: siedo; e mi pare (v.6). Evidentemente il poeta ha voluto usare il presente iterativo, perché voleva indicare un’azione abituale. Il cantuccio infatti è il punto focale della poesia, il tendere del percorso del poeta (Ho attraversata… Poi ho salita), che egli vuole assolutizzare e non confinare ad un singolo momento o ad una singola passeggiata.
8. Trieste ha una scontrosa
9. grazia. Se piace,
10. è come un ragazzaccio aspro e vorace,
11. con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
12. per regalare un fiore;
13. come un amore
14. con gelosia.
15. Da quest’erta ogni chiesa, ogni sua via
16. scopro, se mena all’ingombrata spiaggia,
17. o alla collina cui, sulla sassosa
18. cima, una casa, l’ultima, s’aggrappa.
19. Intorno
20. circola ad ogni cosa
21. un’aria strana, un’aria tormentosa,
22. l’aria natia.
Saba ha un particolare legame con Trieste, non solo perché è la sua città di origine, ma anche perché si identifica con la sua realtà e le sue contraddizioni. Trieste infatti da una parte è una città portuale, perciò aperta, spregiudicata, in movimento, ma allo stesso tempo è riservata e scontrosa.
Sul piano poetico queste antinomie si esplicitano con i contrasti ( per esempio con il chiasmo popolosa / deserta del v.3) e soprattutto con gli ossimori, cioè due parole con significato opposto.
La seconda strofa si apre proprio con un ossimoro, scontrosa/grazia, con cui il poeta definisce la città, conferendole caratteri umani. Per Saba Trieste è di una bellezza delicata, ma contemporaneamente è sfuggente. Se piace, è come un ragazzaccio, bello per i suoi occhi azzurri (v.11), ma è anche aspro e vorace (v.10), con le sue mani troppo grandi (v.11) per poter regalare un fiore ed infine viene paragonata ad un amore afflitto dalla gelosia.
Là in alto Saba può godere della visione panoramica su tutta la sua città. Scopre ogni chiesa, ogni sua via, l’ingombrata spiaggia e la collina (vv. 16 e 17), sulla cui cima sassosa una casa, l’ultima, s’aggrappa (v.18). Particolarmente significativo è il termine scopro (v.16), in quanto con esso il poeta vuole alludere non tanto ad ampliamento della conoscenza, quanto ad una vera rivelazione, che appare ai suoi occhi.
Con l’ iperbato Intorno / circola ad ogni cosa (vv. 19 e 20) , cioè con la separazione dell’avverbio dalla preposizione, Saba vuol dare un particolare risalto all’ avverbio Intorno, già posto in posizione isolata, a formare da solo un verso. L’ aria, che circola intorno ad ogni cosa è un’aria strana, un’aria tormentosa (v.21), per le contraddizioni insite nella città, ma è pur sempre l’aria natia (v.22). Così la città del verso iniziale diventa La mia città:
23. La mia città che in ogni parte è viva,
24. ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
25. pensosa e schiva.
Ecco che Saba ritorna al punto focale della poesia, a quel cantuccio in cui solo/ siedo (v.5 e 6). Quell’ andare da una parte all’ altra della città ( Ho attraversata tutta la città (v.1), quel salire un’erta (v.2) portano là dove tutto termina (e mi pare che dove esso termina/ termini la città, vv.6 e 7), dove una casa, l’ultima, s’aggrappa (v.18). E’ in quel cantuccio che il poeta si ritrova con se stesso.
La poesia Trieste si chiude quindi con un’altra contrapposizione: una città affollata offre al poeta un cantuccio per la sua vita pensosa e schiva, dove egli solo, ma non estraneo alla città, possa riflettere indisturbato.