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“La libertà: tra condizionamento sociale e paura dell’ignoto” (attraverso l’analisi di opere letterarie ed artistiche)

Generalmente siamo convinti di essere noi a decidere della nostra vita, senza renderci conto della pressione dei condizionamenti esterni ed interni che minano la nostra autonomia.

Partiamo dal  condizionamento sociale, cioè da quei  fattori esterni (le aspettative del gruppo, le pressioni culturali e mediatiche, gli stereotipi sociali) che esercitano  una forte influenza sulle nostre  scelte e comportamenti. Nonostante che, con il cambiare delle epoche,  il condizionamento sociale sia avvenuto  con forme diverse, l’effetto negativo è lo stesso. Pensiamo ad una Gertrude, la famosa monaca di Monza, uno dei personaggi più controversi dei Promessi Sposi di Manzoni. Viene ritratta come una vittima del potere paterno e delle convenzioni sociali, che la volevano in convento, per preservare  il patrimonio familiare.Non è lei a scegliere la vita monastica, ma ne è costretta e questa forma di violenza contro la sua libertà le ha causato un conflitto insanabile, alimentato dalla rabbia e dall’inquietudine. La sua è una ribellione esteriore che si manifesta in gesti che, se pur minuti, come una ciocca di capelli che esce dal velo, sono lo specchio di una ribellione interiore, mai palesata apertamente al padre.  I suoi  tratti fisici contrastanti, come il volto pallido, gli occhi neri intensi, le labbra di un rosa sbiadito, ed il suo abbigliamento non  ortodosso esprimono la complessità della sua personalità che oscilla tra pietà e minaccia, affetto e rancore. Se Gertrude subiva l’autorità paterna, noi subiamo l’approvazione del gruppo a cui spesso sottostiamo, pur di non affrontare il vuoto dell’isolamento.

Il bisogno di approvazione prende corpo nei ruoli che interpretiamo ogni giorno. Il condizionamento del ruolo sociale impone modelli di comportamento e norme che influenzano le scelte personali in modo quasi automatico, da rendere difficile immaginare alternative al modello imposto. L’urlo di Innocenzo X, in Studio dal ritratto di Innocenzo X di Francis Bacon, esprime l’angoscia dell’individuo schiacciato dal peso della propria condizione sociale. Qui la situazione appare paradossale, perché proprio il Papa, il leader assoluto, al vertice della gerarchia, dunque nel punto di massima libertà teorica, diventa simbolo del condizionamento, elevato alla massima potenza: l’uomo è chiuso dentro la prigione invisibile del suo stesso potere e delle aspettative del mondo. La struttura tubolare gialla che circonda il Papa rappresenta simbolicamente una gabbia che rimanda alla disperazione ed allisolamento dell’individuo, che mostra le sue fragilità più profonde. L’Innocenzo X di Bacon urla a squarciagola, come se il suo trono si fosse trasformato in una sedia elettrica. Egli però non può scappare, perché è intrappolato dal ruolo che lo consuma.

Anche se noi non ce ne rendiamo conto, perché sfugge all’idea comune di vincolo, persino il linguaggio è una forma di  condizionamento attraverso cui la società modella il pensiero, le relazioni e la percezione della realtà. Ne è un esempio la neolingua, immaginata e descritta da George Orwell per il suo libro 1984 , per evidenziare la natura del regime totalitario descritto nel testo. Il regime usa questa lingua semplificata, per eliminare la possibilità di opinioni diverse. Il linguaggio, quindi, può diventare una potente forma di indottrinamento e sottomissione. L’unico modo per difenderci è avere la consapevolezza che le parole non descrivono solo la realtà, ma la creano, e che i nostri pensieri ed i comportamenti possono essere indotti da chi  controlla il linguaggio.

Dal riflesso dell’esterno al labirinto interiore

Oltre al condizionamento sociale- esterno, c’è anche un altro tipo di condizionamento più sottile e più pericoloso per la sua invisibilità: è il condizionamento interno, il più insidioso, perché a determinare la nostra vita non siamo noi, ma quelle forze interne e psichiche, di cui non abbiamo il controllo diretto. E’ quella parte di noi che Carl Jung chiama “Ombra e che rappresenta il lato oscuro, inconscio e represso della personalità. Include impulsi, traumi, paure, rabbia, gelosia e aspetti ritenuti immorali o inaccettabili dall’Io.

La vera libertà per Jung non è l’assenza di vincoli, ma il processo di Individuazione, cioè diventare chi si è veramente. Questo accade, solo quando l’Io accetta l’Ombra  come parte integrante della sua realtà psichica. Se il processo di individuazione non si realizza, la personalità rimane frammentata e immatura e, senza una connessione con il proprio nucleo interiore, non si è  padroni della propria vita. E’ quanto accade ad Estragoneed a Vladimiro, i protagonisti di  Aspettando Godot di Samuel Beckett.  Vladimiro è la parte razionale (il pensiero, la memoria, la metafisica), mentre Estragone è la parte istintiva  (la fame, il sonno). Queste due parti, invece di integrarsi, si neutralizzano a vicenda: quando uno propone di fare qualcosa, l’altro lo distrae o lo invalida. Quando la mente e l’istinto non comunicano, la stasi è l’unica conseguenza possibile. Godot è l’alibi perfetto: finché lo aspettano, sono autorizzati a non agire, a non scegliere e a non cambiare. Aspettare Godot permette loro di delegare la responsabilità della propria vita a un terzo. “Non possiamo andare via, dobbiamo aspettare Godot”: questa è la loro scusa perfetta. Andarsene significherebbe affrontare l’ignoto da soli, mentre attendere un altro è molto più comodo e rassicurante. I protagonisti, dopo aver saputo che il sig. Godot non sarebbe arrivato in quel giorno, ma nel successivo, dicono di volere andar via. Invece restano immobili. Non sono le catene fisiche a fermarli, ma il condizionamento dell’abitudine e soprattutto l’incapacità di decidere da soli, rinunciando all’illusione che un sig. Godot possa dire loro cosa fare.

La libertà come atto di resistenza consapevole

A questo punto sorge spontanea la domanda: perché è così difficile recidere i fili dei condizionamenti? La risposta può trovarsi nella paura della libertà.  Molte paure sono ancestrali e funzionali alla sopravvivenza (paura dell’altezza, dell’oscurità), altre sono create dai condizionamenti dall’ambiente circostante: il pregiudizio (esterno) diventa insicurezza (interna), lo stereotipo (sociale) diventa auto-limitazione (inconscia).

Non basta la “libertà da” l’assenza di interferenze esterne, se poi manca  “libertà di”, cioè la capacità di autodeterminazione e di controllo del proprio destino (libertà positiva). E’ qui che nasce il paradosso: l’uomo è così condizionato a cercare approvazione e appartenenza che, quando si trova finalmente “libero”, prova angoscia e cerca un nuovo padrone (o si rifugia nel conformismo). Pur essendo la libertà la massima aspirazione dell’uomo, una volta ottenuta, spesso appare un fardello pesante. E’ una delle contraddizioni più umane che esistano. È quella che viene definita ambivalenza emotiva: desideriamo la libertà, perché promette la nostra realizzazione, ma, una volta raggiunta, la temiamo, perché richiede coraggio, impegno e la capacità di accettare l’incertezza.La libertà ci espone nudi al mondo, vulnerabili al fallimento, all’errore e al giudizio altrui. Significa fare scelte in solitudine, senza la garanzia dell’ approvazione sociale, e  questo può generare un sentimento di estraneità dagli altri o dalla realtà circostante. L’uomo moderno crede di volere la libertà, ma in realtà ne ha paura, perché essa comporta responsabilità e rischi.  E’ uno dei punti chiave del celebre saggio, Fuga dalla libertà, (1941) di Erich Fromm (Escape from Freedom).  Per Fromm l’uomo libero si ritrova isolato e impotente. Ecco allora che, pur di sfuggire all’angoscia dell’incertezza, cerca rifugio persino nella sottomissione a un leader forte o in un’ideologia o nel conformismo, correndo anche il pericolo di perdere la propria individualità.

Come per Fromm, così anche per Carlo Levi,  in Paura della libertà (1946), lo scacco della libertà non è solo un fenomeno politico, ma una crisi psicologica e antropologica dell’uomo moderno. Per entrambi, l’uomo moderno “crede di volere la libertà”, ma ne è terrorizzato perché  è un “esercizio faticoso”.  Per Levi “nascere alla libertà” significa uscire dal caos indistinto delle masse per diventare persona, proprio come ha fatto  il Prometeo di Eschilo, che ha pagato caramente il suo gesto di libertà e di ribellione a Zeus (portando il fuoco agli uomini)  con l’essere incatenato alla rupe.  Io volli, volli errare: dichiara Prometeo  con una fermezza che spiazza il lettore. In questa rivendicazione non c’è solo orgoglio, ma l’accettazione cosciente dell’errore, come  prova ontologica che siamo liberi, altrimenti saremmo esecutori di una volontà superiore.

In contrapposizione con Prometeo,  il Coro delle Oceanine e la figura di Oceano  sono la personificazione di quella parte di noi che, pur subendo il fascino della libertà, ne resta paralizzata. Per le Oceanine  la ribellione di Prometeo è follia: preferiscono la protezione del potere e  l’apparenza rassicurante della servitù, che garantisce loro un posto nel mondo, all’autonomia, che invece esige il prezzo del dolore e dell’esilio sociale. Oceano incarna il pragmatismo di chi suggerisce di adattarsi al tempo: una forma di conformismo che maschera la paura sotto la veste della saggezza. Egli rappresenta l’uomo che sacrifica la propria realtà interiore, per non turbare l’ordine costituito e per non affrontare l’ira del tiranno. La libertà di Prometeo lo separa da tutti, rendendolo un estraneo tra i suoi pari. E’ un atto di rottura che non ammette ritorni, un salto nel vuoto, dove l’unica certezza è la propria coerenza morale, opposta all’illusoria sicurezza di chi accetta di vivere in ginocchio.

Il peso della libertà

Se il testo classico di Eschilo mette l’accento sulla fermezza morale e l’integrità dell’eroe, nella trasposizione pittorica di Peter Paul Rubens, con il suo Prometeo incatenato,  la libertà non è più un ideale, ma si trasforma in un fardello fisico schiacciante, mostrandoci  il costo umano, carnale e psicologico di chi decide di non avere paura.

Prometeo incatenato di Peter Paul Rubens

Attraverso una potente struttura diagonale, che proietta il corpo del titano direttamente verso lo spettatore, Rubens mette in scena non il trionfo dell’eroe, ma il momento drammatico del suo crollo psicofisico. Il pittore fiammingo ci suggerisce che uscire dall’apparenza rassicurante della servitù, per essere liberi, significa, innanzitutto,riappropriarsi della propria vulnerabilità. L’aquila che  divora il fegato di Prometeo, dipinta con un realismo feroce, non è soltanto lo strumento di un castigo divino, imposto dall’esterno, ma diventa la metafora della paura che divora dall’interno chi ha osato spezzare le catene del conformismo. La “vertigine della libertà” si manifesta qui come la perdita di ogni appiglio: Prometeo sta precipitando verso il basso, privo della protezione di quell’ordine cosmico che aveva sfidato. Incarna perfettamente quella “faticosa conquista” di cui parla Levi, quando sostiene che la libertà pone l’uomo “solo, senza appoggi”. E’ questo il prezzo della libertà interiore.

Nulla è più tormentoso della libertà di coscienza:  afferma il vecchio Inquisitore, parlando a Cristo, ritornato sulla terra, nella Leggenda del Grande Inquisitore di Fëdor Dostoevskij.  Essa non è una gioia, ma un’angoscia che genera il dubbio, l’incertezza del bivio e, soprattutto, l’atroce responsabilità del male compiuto. Per questo l’uomo  non vuole essere libero, ma vuole essere rassicurato. L’Inquisitore diventa così l’architetto di un’apparenza perfetta: offre al popolo mistero, autorità e miracolo, per coprire il vuoto terrorizzante della libertà. La folla si rallegra di essere guidata come un gregge, barattando volentieri la propria dignità: è la vittoria definitiva dell’apparenza dell’ordine sulla libertà.

I contadini di Bronte, che insorgono al grido di “Libertà!”, nella novella Libertà di Giovanni Verga, non sono che l’incarnazione di quegli uomini “deboli” descritti da Dostoevskij. Una volta abbattute le catene del latifondo e rimosse le maschere della sottomissione, essi si ritrovano smarriti. Non sanno come gestire quella libertà, ottenuta col sangue. Senza la guida (seppur ingiusta) del padrone, la loro autonomia si trasforma immediatamente in caos, in violenza cieca ed alla fine in paura. Verga ci dà un’ulteriore conferma  che la “libertà negativa” (quella dai vincoli) è incompleta, se non è accompagnata dalla “libertà positiva” (quella di realizzare se stessi ed i propri obbiettivi). I contadini, incapaci di reggere il peso della responsabilità della nuova condizione, finiscono, infatti, per subire il “ritorno all’ordine” come una liberazione dal terrore di fare delle scelte.

Ma allora non c’è soluzione: dobbiamo subire passivamente ogni  condizionamento? La soluzione c’è e risiede nella consapevolezza dei meccanismi condizionanti  e nella loro analisi attraverso il dubbio ed  il pensiero critico. Possiamo così distinguere tra i legami che ci costituiscono e le catene che, invece, ci opprimono. La libertà consiste nello scegliere cosa fare in determinate condizioni: se non dipende da noi nascere in un luogo ( piuttosto che i un altro) e con un certo corpo, dipende da noi, però, scegliere cosa fare in quel luogo e con quel corpo. In filosofia, questo concetto è legato all’esistenzialismo: siamo “gettati” nel mondo, senza averlo chiesto, ma questa stessa condizione ci rende liberi di autodeterminarci attraverso le nostre scelte. Nella filosofia di Kierkegaard  il condizionamento è dato dalla finitudine umana, dalla realtà, dal bisogno di scegliere ed il concetto di libertà  non è inteso come una capacità illimitata di fare qualsiasi cosa, ma come una necessità angosciosa di scegliere all’interno di limitazioni date.

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