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“L’infinito come luogo dell’anima”. Dalle intuizioni poetiche alle forme lacerate della scultura moderna

L’essere umano vive un profondo contrasto: è limitato dal proprio corpo fisico, ma è illimitato all’interno, in quanto possiede una dimensione interiore (la mente, lo spirito) che non ha confini.

L’idea di infinito non è solo un’ estensione mentale del finito, ma è la risposta  alla nostra condizione di finitudine che, proprio perché è tale, ci spinge a desiderare ciò che non ha fine. L’etimologia della parola “desiderio” ce lo spiega molto bene. Il termine, che deriva dal latino desiderium, composto da de- (prefisso che indica privazione) e sidus/sideris (stella), letteralmente significa “mancanza di stelle”, per cui allude ad una mancanza che spinge alla ricerca.

Generalmente l’ infinito viene immaginato come un “altrove”, perché la nostra esperienza quotidiana di creature “mancanti” è definita dal limite. Tutto ciò che tocchiamo, vediamo o viviamo ha un inizio e una fine: un oggetto ha un bordo, un’emozione ha una durata, una vita ha un termine. E’ per questo motivo che pensiamo che l’infinito debba essere proiettato fuori di noi, in uno spazio illimitato, anche solo per poterlo concepire, senza che la logica possa smentirci.

Ma è proprio qui che il concetto si ribalta. Se accettiamo che l’infinito nasca dalla nostra mancanza, allora la sua vera radice non può che essere dentro di noi: l’infinito non è un luogo da raggiungere, ma una condizione interna che portiamo con noi. L’essere umano è limitato fisicamente, ma capace di contenere pensieri, visioni e complessità che non hanno confini. La nostra mente può sommare numeri all’infinito o immaginare spazi sempre più grandi proprio perché non trova un limite interno al proprio funzionamento logico. Noi siamo gli unici esseri capaci di pensare a ciò che non c’è e questa capacità crea una sorta di spazio vuoto nella nostra mente che non ha pareti. Siamo come vasi senza fondo, fatti per ospitare un flusso inesauribile di pensieri, di sentimenti, di percezioni.

Le Sfere di Arnaldo Pomodoro ce lo dimostrano. Le fenditure, prodotte dall’artista, ci rivelano che al loro interno c’è una complessità infinita, mossa dall’energia vitale che vi pulsa dentro sotto la forma. Quelle Sfere fanno capire che l’infinto non è quell’altrove che conferisce senso alla nostra esistenza limitata, ma ciò che siamo nel profondo e che possiamo capire quando smettiamo di guardare solo la superficie del nostro limite. L’uomo ha una natura duale: il nostro animo è come un contenitore, capace di accogliere l’infinito ed allo stesso tempo ha la capacità non solo di  concettualizzare e desiderare l’assoluto, ma anche di  percepirlo.

È allora che la finitudine del tempo si dilata: l’attimo smette di essere un punto su una linea e diventa uno spazio capace di contenere l’assoluto. Si realizza, quasi naturalmente, quel paradosso del macrocosmo contenuto nel microcosmo di cui scrive William Blake: la capacità della mente umana di “vedere il mondo in un granello di sabbia e il cielo in un fiore di campo”. I quadri di Monet, soprattutto la serie delle Ninfee, sono la rappresentazione visiva di come possiamo avvertire l’infinito nell’ impressione pura di un istante effimero (il finito). Vediamo come su quelle tele l’infinito esploda attraverso l’indeterterminatezza della forma, l’assenza della linea dell’orizzonte, attraverso la variazione continua della luce. Monet ci dice che non serve guardare verso le stelle per percepire l’infinito; basta osservare con profondità come la luce colpisca un oggetto comune: l’eterno è tutto racchiuso nel qui e ora. Nell’istante puro, il tempo cronologico (dei minuti e delle ore) si ferma. In quella percezione sensoriale in cui siamo immersi, entriamo in una dimensione fuori dal tempo: è uno dei vissuti più profondi dell’infinito interiore.

E’ una esperienza che tutti noi conosciamo molto bene. Quante volte di fronte ad un tramonto che infiamma l’orizzonte, al moto perpetuo del mare, al sorriso di un bambino, abbiamo vissuto una condizione di infinita felicità, quasi di estasi, in cui abbiamo smarrito i confini reali, sentendoci tutt’uno con l’infinito!

Anche noi allora avremmo voluto gridare con Ungaretti: sono ubriaco / d’universo, avvertendo non  un’ubriachezza fisica, ma dionisiaca, un senso di smarrimento felice e di abbandono all’immensità, riconoscendoci una docile fibra dell’universo, per usare le parole del poeta. In quegli attimi di rara e destabilizzante chiarezza le parole di Ungaretti smettono di essere versi e diventano pelle: quel M’illumino / d’immenso è lo shock di un istante, in cui la luce esterna accende una miccia interiore. Non è più solo il sole che sorge, ma un’epifania che in un lampo abolisce la nostra finitudine: in quella frazione di secondo lo spazio siderale e lo spazio dell’anima sono un’unica, vastissima rivelazione.

Il canto che s’è levato stanotte/che intesse/di cristallina eco del cuore/ le stelle ( in La notte bella)  riscatta la condizione d’infelicità e di solitudine di Ungaretti: quel buio è salvifico, appagante, addirittura inebriante. Il poeta annulla il proprio dolore, per farsi tutt’ uno con l’infinito, trasformando la fragilità del soldato in una vertigine di assoluto. Non è una fuga dal reale, ma una sua radicale dilatazione: l’infinito non è più uno spazio fuori di sé, ma diventa luogo interno, dove non c’è separazione tra il soggetto e l’oggetto, ma l’io diventa la bellezza della notte.

Notte stellata di Vincent van Gogh è la rappresentazione visiva di quello che noi, come Ungaretti, proviamo in quei momenti di felicità.

Notte stellata di Vincent van Gogh

Vedete quei cerchi  spessi e carichi di colore  che sul quadro si muovono con lo stesso ritmo sia nel cielo che sul cipresso e sulle colline? Sembrano  rappresentare  un flusso di energia vitale che travolge ogni cosa e che ci trasporta in questo accordo cosmico, dove  non c’è più distinzione tra la sostanza dell’aria e quella della terra. Questa continuità suggerisce che l’infinito è una forza che avvolge e penetra nell’interno, dando vita ad un dinamismo che scuote noi e la materia stessa. L’io smette di sentirsi un frammento isolato, per sentirsi parte del tutto.

E’ ciò che proviamo, quando perdiamo la cognizione del tempo in un abbraccio o davanti a un progetto che ci appassiona. Ogni volta che amiamo con la pretesa dell’eterno o quando progettiamo la vita ignorando la fine, in quegli istanti la nostra coscienza non sta sognando, ma sta abitando l’infinito qui ed ora.  Il piantare un albero, di cui non godremo l’ombra o l’ avviare un progetto che non vedremo completarsi  sono modi per trasformare la nostra natura mortale in un contributo infinito per chi verrà dopo di noi: è un vivere  l’infinito nel nostro presente.

Abbiamo detto che la nostra natura mancante ci spinge a desiderare un piacere infinito, ma quelli che possiamo raggiungere sono finiti ed inappaganti ed è per questo che, ottenuto uno, ne desideriamo sempre un altro. Per Leopardi questo scarto incolmabile deriva dalla noia, un sentimento generato proprio dalla sproporzione tra il nostro desiderio e l’insufficienza della realtà. Eppure è proprio questo ostacolo a spingere il poeta ad immaginare interminati spazi e sovrumani silenzi. Questo  viaggio interiore che sfida la finitezza umana attraverso il pensiero porta l’io all’annullamento della propria coscienza nell’infinito, dove raggiunge la felicità assoluta: il naufragar m’è dolce in questo mare. Anche noi guardando quegli  ampi rettangoli di colore di Rothko, dai contorni sfumati, perdiamo i punti di riferimento razionali ed il nostro sguardo si inabissa in quella profondità infinita. Come nella lirica di Leopardi, anche qui la vastità dell’infinito diventa una “dolce” forma di estasi mistica e laica.

Noemi Di Gioia

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