
Composta nell’estate del 1902, La pioggia nel pineto di Gabriele D’Annunzio (1863-1938), uno dei principali esponenti del Decadentismo italiano, rappresenta l’apice lirico di Alcyone, il terzo libro delle Laudi. Non è un semplice testo letterario, ma è una vera e propria sinfonia che accompagna il lettore in una pineta della Versilia, sotto un temporale estivo.
Il componimento si articola in quattro strofe di 32 versi ciascuna. La struttura è caratterizzata da una libertà metrica assoluta: i versi sono brevi (trisillabi, senari, novenari) e privi di uno schema rimico fisso, sostituiti da una fitta trama di rime interne, assonanze e consonanze.
Il cuore stilistico è il fonosimbolismo: D’Annunzio utilizza la parola non per il suo valore semantico, ma per la sua capacità evocativa sonora. Il gioco delle allitterazioni (in particolare della “s” e della “r”) e le onomatopee restituiscono la “polifonia” della pioggia, che varia timbro a seconda della superficie vegetale colpita (“secondo le fronde / più rade, men rade”): E il pino/ ha un suono,/ e il mirto/ altro suono, e il ginepro/ altro ancóra, /stromenti diversi/ sotto innumerevoli dita.
In questa lirica si fondono i tre pilastri che definiscono la vita e l’arte di Gabriele D’Annunzio:
1. l’Estetismo (L’Arte come stile di vita): è il culto supremo della bellezza e dell’arte, inteso come stile di vita aristocratico (“fare la propria vita come si fa un’opera d’arte”) e ricerca del piacere
2. il Superuomo: è un individuo superiore, un “Vate” che non si limita a contemplare il bello, ma domina la realtà attraverso la volontà di potenza. Egli è destinato a guidare le masse e ad affermare se stesso sopra ogni morale comune
3. il vitalismo: mentre molti poeti decadenti (come Baudelaire) sentono il peso della “noia” (spleen) e del vuoto, D’Annunzio risponde con il vitalismo, la cui espressione massima è rappresentata dal panismo.
Il termine, che deriva dal greco antico pan (tutto), indica la fusione totale con il tutto. E’ come l’estasi suprema dell’esteta: il momento in cui l’uomo smette di soffrire la propria limitatezza mortale, perché diventa eterno e infinito come la natura stessa. È una “divinizzazione” laica attraverso la bellezza.
Ne La pioggia nel pineto il poeta ed Ermione si fondono con il bosco, subendo una vera trasformazione fisica. Il panismo dannunziano è profondamente sensoriale: non c’è razionalità, ma solo l’ascolto delle voci del bosco (uditivo), le fragranze della vegetazione bagnata (olfatto), la sensazione dell’acqua sulla pelle e del fango sotto i piedi nudi (tattile).
L’imperativo “Taci” iniziale impone la sospensione del logos umano per l’ascolto del mormorio silvano. D’Annunzio descrive la trasformazione fisica dei due amanti attraverso una serie di similitudini naturalistiche.
Il cuore non è più un organo che pulsa per emozione, ma è come pesca / intatta, diventa un frutto zuccherino, simbolo di una vita che ha raggiunto la sua massima pienezza naturale e primordiale. Gli occhi non guardano più il mondo esterno, ma diventano parte del paesaggio: tra le palpebre gli occhi / son come polle tra l’erbe. Sono paragonati a polle (piccole sorgenti d’acqua) che emergono tra l’erba, riflettendo l’ambiente circostante invece di guardarlo. La vista stessa diventa un elemento liquido della pineta. Persino la bocca subisce la trasformazione: i denti non sono più ossa, ma vengono visti come semi o frutti acerbi ancora racchiusi nel loro guscio naturale ( i denti negli alvèoli/ son come mandorle acerbe). I piedi che si intrecciano con i rami indicano la radicazione: i protagonisti non camminano più sopra la terra, ma iniziano a farne parte fisicamente, diventando letteralmente creature “silvane” (i piedi nudi / tra i diti s’intrecciano / i rami delle ginestre).
Nel processo di deumanizzazione è la figura femminile che subisce la trasformazione più radicale. Ermione non è più una compagna terrena, ma diventa una creatura del mito: una ninfa. D’Annunzio non la descrive con i canoni della bellezza classica, ma attraverso la sua fusione ambientale. (e il tuo volto ebbro / è molle di pioggia / come una foglia”, “le tue chiome auliscono come le chiare ginestre”). Qui avviene una trasmutazione attraverso l’odore. I capelli della donna non hanno più un profumo umano (o di profumo artificiale), ma auliscono (profumano intensamente), esattamente come i fiori di ginestra che circondano i due amanti.
Piove sulle tue ciglia nere / sì che par tu pianga, ma di piacere; / non bianca ma fatta quasi virente, / par da scorza tu esca. L’aggettivo virente (che sta diventando verde) è fondamentale: Ermione non è più pallida (bianca), ma assume il colore della clorofilla. Il suo pianto non è dolore, ma piacere.
L’essere umano si è liberato dai limiti della sofferenza e del tempo contingente, per accedere all’eternità del ciclo naturale. E’ la realizzazione suprema dell’estetica: diventare bellezza pura, priva di coscienza e di dolore.