Pubblicità

Perché la “La grande onda di Kanagawa” non spaventa?

La grande onda di Kanagawa di Katsushika Hokusai

Se osserviamo La grande onda di Kanagawa, il capolavoro xilografico che Katsushika Hokusai impresse su carta intorno al 1830, la prima impressione non è di spavento, ma di contemplazione. Com’è possibile che una massa d’acqua, rappresentata nell’istante esatto in cui sta per abbattersi su tre fragili imbarcazioni, non susciti turbamento?

La risposta si trova nella tecnica dell’artista.

Hokusai non vuole dipingere un disastro imminente, ma  la temporaneità delle cose terrene. Se l’occhio occidentale, che guarda da sinistra a destra, vede una massa d’acqua che si abbatte sulle tre imbarcazioni, per la lettura giapponese, da destra a sinistra, i pescatori non stanno fuggendo terrorizzati, ma navigano dritti contro la tempesta. Non c’è lotta disperata contro la natura, ma un rimettersi al flusso millenario della natura, con stoica accettazione e maestria, incarnando la resistenza umana davanti alle difficoltà della vita.

Soffermiamoci, ora, su ciò che appare il fulcro drammatico della composizione: la frammentazione della cresta dell’onda in una miriade di propaggini uncinate, che la tradizione critica occidentale ha spesso battezzato come “artigli demoniaci”. Gli artigli, di fatto, incarnano il pericolo di morte e la violenza della natura. Guardandoli attentamente, però, notiamo che assumono forme geometriche che si ripetono ordinatamente e regolarmente con delle curve che, in piccolo, ripropongono la grande onda. La genialità di Hokusai sta proprio qui: riesce a mostrare una minaccia mortale (gli artigli) dentro una struttura bellissima e ordinata (la grande curva). L’artista, quindi, non vuole conferire a loro alcuna connotazione negativa o distruttiva fine a se stessa, ma farne la manifestazione visiva dell’energia vitale della natura, che  qui raggiunge il suo apice.

Cerchiamo di capire un altro inganno visivo, questa volta creato dalla prospettiva. L’occhio umano viene catturato dal movimento violento e vicino della tempesta, ma è un’illusione ottica, perché,  in realtà, il soggetto dell’opera non è  la tempesta, ma l’ immobile monte  Fuji, che è il centro di gravità della composizione. Il mare rappresenta  la transitorietà della vita terrena,  il Fuji, al contrario, rappresenta l’eternità e l’immutabilità di fronte al caos del cambiamento. Anche un altro contrasto visivo sposta l’attenzione dalla tragedia umana alla stabilità dell’universo: l’occhio dello spettatore non cade sulle barche dei pescatori (che quasi si mimetizzano con l’acqua), ma viene magneticamente guidato verso il centro del vuoto, dove si trova la montagna.

L’opera, quindi, non vuole generare ansia per la sorte dei marinai, ma vuole invitare l’osservatore ad un atto di meditazione: accettare che la forza della natura è immensa, ma che fa parte di un disegno spirituale di perfetta armonia.

Pubblicità