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Se la stabilità italiana poggia sull’astensionismo

Oggi parliamo di Italia e di democrazia, ma lo facciamo uscendo dalla retorica.

Il primo articolo della Costituzione precisa che lItalia è una Repubblica democratica, il Democracy Index dell’Economist, però, ci definisce una democrazia imperfetta, inchiodandoci al 37° posto nel mondo, insieme a paesi, quali, Estonia, Malta, Cipro, Capo Verde .

Esaminiamo le cause principali.

  • Crisi sistemica delle istituzioni

I nodi strutturali della crisi derivano principalmente dalla frammentazione politica, dai conflitti tra i poteri dello Stato, dalla burocrazia, dal debito pubblico, per non parlare poi  di quelle istituzioni fondamentali che dovrebbero garantire i nostri diritti costituzionali: la giustizia, la sanità e la scuola. Se parliamo di giustizia, per arrivare a una sentenza civile definitiva servono in media oltre 5 anni e mezzo. Se guardiamo alla salute, liste d’attesa infinite stanno smantellando il diritto universale alle cure. E la scuola, la massima istituzione che dovrebbe formare i cittadini del futuro, è caratterizzata da precariato cronico e continui tagli.

  • Scollamento generazionale

 L’Italia ha una classe politica strutturalmente anziana, che non dà risposte alle esigenze giovanili. Di conseguenza quell’ espatrio, che un tempo era un fenomeno episodico, è diventato strutturale: i giovani non partono più solo per fare un’esperienza temporanea, ma vanno alla ricerca di contesti lavorativi che premino il merito e l’innovazione, che offrano un equilibrio migliore tra vita e lavoro rispetto alle rigidità del mercato italiano, stipendi adeguati, una formazione continua ed una stabilità che in Italia faticano a trovare. E’ un fenomeno di grandi proporzioni, anche se non ci accorgiamo, ed è in continua crescita: circa 630.000 giovani, tra i 18 e i 34 anni, hanno lasciato l’Italia tra il 2011 e il 2024 ed oltre il 50% di questi giovani è in possesso del titolo di laurea.

  • Crollo dell’deologia ed astensionismo di massa

La crisi dei partiti è la causa scatenante di tutte le altre imperfezioni della nostra democrazia. Quelli che una volta erano luoghi di partecipazione, di ideali e di gavetta sul territorio, oggi sono diventati comitati elettorali personali del leader del momento. Senza più ideologie e senza democrazia interna, i partiti hanno smesso di formare una classe dirigente competente. Anche se l’art 49 della Costituzione dice che i cittadini si associano in partiti, per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale, oggi i partiti stessi non sono democratici al loro interno. Sono i leader a scegliere i candidati non per le loro competenze, ma per la loro fedeltà o per quanti follower spostano sui social. Questo comporta l’incompetenza nelle istituzioni, il peggioramento dei servizi pubblici e l’aumento della sfiducia dei cittadini nella politica.

Non a caso alle ultime elezioni politiche l’affluenza è crollata al 63,9%. Se il dato dell’affluenza nazionale è preoccupante, quella locale è drammatica. Le elezioni regionali del 2025, in territori chiave, come Veneto, Puglia e Campania, hanno registrato un crollo verticale, portando alle urne appena 4 elettori su 10. Se la maggioranza assoluta dei cittadini (circa il 60%) decide di non scegliere chi gestirà la sanità, i trasporti e il territorio vicino a casa sua, significa che il legame democratico sul territorio si è quasi spezzato.

Il paradosso della democrazia italiana contemporanea risiede proprio qui: la stabilità non è il frutto di un rinnovato patto di fiducia tra cittadini e istituzioni, ma l’effetto collaterale di un grande disinvestimento collettivo. Metà del Paese ha semplicemente smesso di partecipare alla partita. Siamo immersi nella democrazia del silenzio, un sistema in cui il potere si verticalizza e si stabilizza per sfinimento del dissenso.

Quando quasi metà dei cittadini decide che il proprio voto non ha alcun potere di incidere sulla realtà, la democrazia rappresentativa si trasforma in un sistema di legittimazione minoritaria. La politica, da entrambe le parti dell’emiciclo, tende, però, a minimizzare il fenomeno. La maggioranza di turno rivendica la piena legittimità numerica dei propri seggi, mentre le opposizioni attribuiscono la colpa a una generica “mancanza di offerta politica alternativa”.

Colpa condivisa e fallimento delle alternative

Il processo di logoramento della democrazia italiana è un’opera collettiva. La destra ha spesso cavalcato il risentimento popolare, promuovendo soluzioni semplificate a problemi complessi, per poi piegarsi, una volta giunta al governo, alle dure leggi del realismo finanziario e geopolitico, lasciando dietro di sé una scia di promesse inevitabilmente inevase.

Dall’altro lato le opposizioni di centrosinistra ed i movimenti populisti non hanno saputo elaborare un’alternativa credibile. Il risultato è un panorama in cui l’alternanza al potere non genera alternativa politica. Ciò che si profila  non è una svolta autoritaria, ma il rischio dell’Italia è molto sottile: la transizione verso una democrazia puramente formale, svuotata di sostanza democratica, che i politologi definiscono oligarchia dell’apatia. Se la democrazia è partecipazione, un sistema che si regge sulla non-partecipazione ha già cambiato nome!

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