
Per Ungaretti la fragilità non è solo un fatto legato alla guerra (il rischio di morire), ma diventa una condizione dell’essere umano. Basti pensare alla poesia Soldati (Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie), dove la fragilità è espressa dal legame sottile che ci tiene uniti alla vita: basta un soffio di vento (il destino, il tempo) per cadere.
La fragilità non è un limite invalicabile, ma una soglia comunicativa: è il momento in cui l’uomo, spogliato di ogni certezza e protezione, si scopre nudo e uguale all’altro. In questo spazio di vulnerabilità condivisa, l’estraneo smette di essere tale e diventa “fratello”, poiché entrambi abitano la stessa precarietà.Il concetto di fragilità, come varco verso l’altro, si concretizza nei versi di Fratelli (1916). L’interrogativo che apre la poesia (Di che reggimento siete / fratelli?) dimostra come la fraternità sorga in risposta all’orrore della guerra e alla morte, scaturendo come un’ involontaria rivolta /dell’uomo presente alla sua/fragilità. La parola, fratelli, è un atto rivoluzionario, perché viene pronunciata in un contesto di guerra, dove l’altro è il nemico da uccidere: è un dire di no alla logica della distruzione. E’ una Parola tremante nella notte che Ungaretti paragona ad una Foglia appena nata.Il simbolo della foglia condensa in un’unica immagine sia la fragilità estrema che la potenza della vita. Se in Soldati la foglia è destinata a cadere, in Fratelli è “appena nata”: c’è dunque una nascita della vita che insorge contro la morte. Paragonando la parola umana a una foglia, il poeta inserisce l’uomo nel ciclo della natura.
Ne I fiumi Ungaretti non guarda la natura dall’esterno, ma si immerge nell’Isonzo e si sente un sasso, una reliquia, identificandosi con la materia inerte e millenaria. L’individuo non è più un soggetto isolato, ma una parte del ciclo naturale e del flusso eterno dell’universo. In I fiumi, infatti, Ungaretti si descrive come una docile fibra dell’universo, un piccolo filamento di un tessuto immenso che permette al poeta di sentirsi parte di un tutto, di un’armonia cosmica.
Spesso è nel silenzio notturno delle trincee che il poeta avverte la connessione più forte con quel flusso vitale che neppure la morte può interrompere. In Veglia la fragilità viene incarnata dal compagno morto, descritto con dettagli crudi (“buttato vicino / a un compagno / massacrato”, con le “mani / gonfie” e la “bocca / digrignata”), che evidenziano come l’uomo possa diventare, in un istante, carne deformata. Proprio nel momento di massima tragicità, quando si trova vicino alla morte, il poeta reagisce scrivendo lettere piene d’amore. La fragilità del corpo viene contrastata dalla forza del sentimento. Il finale è il culmine di questa prova: “Non sono mai stato/ tanto / attaccato alla vita. Dopo aver toccato con mano quanto l’uomo sia fragile e “frantumabile”, il poeta sente esplodere in sé un desiderio di vita mai provato prima.
Come in Veglia il contatto con la morte risveglia l’amore per la vita, così il concetto di Allegria di naufragi, per citare il titolo originale della raccolta Allegria, si basa su un ossimoro che spiega come l’uomo reagisca alla tragedia. Il naufragio è la metafora della vita umana: rappresenta il fallimento delle illusioni, la distruzione delle certezze e la consapevolezza che l’uomo è fragile e in balia di forze immense. Ma ecco che emerge un’energia vitale istintiva e disperata: è l‘allegria ungarettiana, quell’impulso primordiale che spinge chi è sopravvissuto ad un disastro a rialzarsi. È l’emozione di chi, dopo aver visto la morte da vicino (come in Veglia), sente scorrere il sangue nelle vene con un’intensità mai provata prima.
Nel Sentimento del tempo (1933, la seconda raccolta di Ungaretti) la fragilità diventa riflessione sul tempo che passa: le rovine di Roma simboleggiano la debolezza delle civiltà umane rispetto all’eterno. Tutto ciò che è umano è destinato a sfumare, lasciando, però, una traccia di bellezza. Ed è la poesia a testimoniare quella traccia. Questo concetto è il cuore pulsante de Il porto sepolto, che dà il titolo alla raccolta del 1916. Per il poeta il “porto sepolto” (ispirato a un antico porto reale di Alessandria d’Egitto, ma simbolo di ciò che è nascosto nell’anima) è la meta della poesia. Per Ungaretti, infatti, il poeta scende nel silenzio di questo porto (dentro se stesso), recupera un frammento di verità e torna alla luce, per raccontarlo. Ciò che il poeta riporta non è una spiegazione chiara, ma quel nulla /d’inesauribile segreto. Quel nulla è paradossale: è ciò che rimane dopo che la vita è passata, una traccia d’eterno che la parola poetica è riuscita a strappare al naufragio del tempo. La poesia non spiega il mistero, lo illumina per un istante
La fragilità si riflette anche nello stile di Ungaretti: i versi brevissimi e gli ampi spazi bianchi rappresentano visivamente questa condizione umana. Il poeta dice chiaramente che la parola non viene dal vocabolario, ma dalla sua stessa esistenza. Scrive, infatti, in un componimento dedicato all’amico Ettore Serra: Quando trovo / in questo mio silenzio / una parola / scavata è nella mia vita / come un abisso. La parola scavata è il risultato di un’esperienza vissuta, spesso dolorosa (la trincea), è “nuda”, essenziale, e per questo ha il potere di illuminare il “cuore delle cose” e della vita.
La verità più pura emerge proprio nel momento in cui l’uomo riconosce la propria estrema fragilità. La verità per Ungaretti è la scoperta che, nonostante il dolore e la precarietà (il “naufragio”), esiste nell’uomo un fondo di umanità ed “una voglia di vita” che lo riconnette all’infinito.
Noemi Di Gioia